Ri-scoprire la noia
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Ri-scoprire la noia

31/07/2023 Inserito da: Autore: Monica Venturi

 

Eccoci nel bel mezzo della stagione estiva, che per migliaia di studenti equivale a lunghe giornate calde, di svago ma anche “vuote”. Sicuramente è capitato a tutti di pensare l: “Mi sto annoiando, cosa posso fare?” 

Il termine noia ormai fa parte del nostro vocabolario quotidiano, ma spesso non sappiamo descriverla e tendiamo ad evitarla con tutti i mezzi di cui disponiamo. E se invece di demonizzarla cercassimo di accoglierla?

Ho chiesto a mio cugino di nove anni che cosa fosse la noia, ecco la sua risposta:

“La noia è fare i compiti e leggere”. 

“E che cos’è il contrario di noia?” 

“Divertirsi”. 

“Cosa fai quando ti annoi?” 

“Mi arrabbio perché non so cosa fare”. 

“E com’è che passa la noia?” 

“La faccio passare muovendomi, andando un attimo in giardino, muovendo la gamba sotto il tavolo”.

E per voi qual è il contrario di noia? Ve lo siete mai chiesti? Per un ognuno può assumere un significato differente. 

Il termine noia si fa risalire al termine greco acedia, ovvero accidia, letteralmente mancanza di cura, una sorta di indifferenza ed inerzia che porta con sé tristezza e malinconia. I latini per descrivere una sensazione simile alla noia moderna utilizzavano la parola inodiare, che significa avere in odio, e che derivava a sua volta dal sostantivo odium ovvero odio. Un’accezione forte, che oggi non siamo portati ad utilizzare quando pensiamo alla noia. Ma, a ben guardare, talvolta la noia può essere accompagnata da una forma di rabbia, rabbia verso questa gabbia che non ci permette il movimento e che non riusciamo ad aprire.

La noia, prima dei tempi moderni, sembrava essere privilegio dei ricchi. Solo chi aveva tempo per pensare aveva tempo di annoiarsi. Chi invece era costretto a lavorare giorno e notte per mangiare non sapeva nemmeno che cosa fosse la noia. Ai nostri giorni annoiarsi è una sensazione comune, nata con l’aumento del tempo libero. Oggi possiamo concederci intere giornate sul divano a guardare la tv, leggere libri, andare in vacanza, passare ore a fare shopping o sui Social Network. E queste modificazioni nello stile di vita hanno portato ad un’espansione della noia da privilegio di pochi a fardello di tanti.

La sensazione della noia viene descritta in maniera nitida da Moravia nel libro omonimo: “Ciò che mi colpiva, soprattutto, era che non volevo fare assolutamente niente, pur desiderando ardentemente fare qualcosa. Qualsiasi cosa volessi fare mi si presentava accoppiata come un fratello siamese al suo fratello, al suo contrario che, parimenti, non volevo fare. Dunque, io sentivo che non volevo vedere gente ma neppure rimanere solo, che non volevo restare in casa ma neppure uscire, che non volevo viaggiare ma neppure continuare a vivere a Roma, che non volevo dipingere ma neppure non dipingere, che non volevo restare sveglio ma neppure dormire, che non volevo fare l’amore ma neppure non farlo, e così via” (Moravia A., 1960, pp. 21, 22)   

Da questa immobilità cerchiamo al più presto di fuggire ricorrendo continuamente a nuovi stimoli “palliativi” per riempire ogni momento di noia con qualsivoglia attività purché allontani un silenzio interiore soffocante. Questo “vuoto” è percepito come un tempo da far passare piuttosto che un orizzonte di possibilità. Ci rifugiamo nei passatempi fornitici dalla società, ci riempiamo di informazioni, forse a scapito di significati (Svendsen, 2004). Il rischio, utilizzando scaccia tempo preconfezionati, può essere quello di non vedere più un significato personale nei nostri gesti. Lasciamo vagare lo sguardo cercando non qualcosa in particolare, ma qualunque cosa lo attragga. È relativamente insignificante a che cosa ci si dedica: lo scaccia tempo non ha nessun oggetto, perché quello che ci interessa non è l’attività o l’oggetto di cui ci occupiamo, ma l’occupazione in quanto tale. E questo diventa un circolo vizioso, come a creare una sorta di dipendenza da occupazioni di lieve interesse, che ci tengano lontani da una comunicazione interiore.

Ancora, immaginate una persona che percorre sempre la stessa strada, sempre le stesse vie per spostarsi da un luogo all’altro. Questa continua ripetizione dopo un po’ di tempo può apparire noiosa (noia da ripetizione), quasi logorante, tanto che la persona, sfinita da questa sensazione, decide di cambiare, decide di tentare delle deviazioni e scoprire nuovi percorsi per raggiungere la meta. Spezza la monotonia di un percorso che riproduceva ad occhi chiusi. Ha bisogno di vedere qualcosa di diverso. Restare nella noia stava diventando frustrante. Ma perché allora restarvi per così tanto tempo? Forse, oltre che frustrante, restare nella noia può essere allo stesso tempo rassicurante rispetto all’ansia che può nascere da un percorso nuovo e sconosciuto: “chissà se arriverò in tempo? E se sbaglio strada?” Può risultare assai complesso lasciare dei comportamenti che conosciamo bene. Diciamolo, restare nel conosciuto suscita una sorta di sensazione di sicurezza. A spostarsi chissà cosa potrebbe accadere. Per quanto faticosa o noiosa, la situazione è comunque già nota. 

Cosa potremmo dunque fare per ri-scoprire la noia? Essa potrebbe divenire un motore che ci permette di cambiare la storia che stiamo scrivendo, le nostre narrazioni riguardo un contesto, apportando deviazioni e nuove strade alla nostra mappa e spingendoci oltre l’orizzonte quotidiano. Usare la noia, abbracciarla e permetterle di renderci creativi potrebbe essere una forma di opposizione spontanea alla staticità, agli spazi e ai tempi chiusi.

Prima di tutto, però, è necessario comprendere che ci stiamo annoiando e perché. Altrimenti continueremo a provare noia, ma cercheremo di evitarla attraverso ciò che l’entertainment moderno ci propone. 

Una riflessione sulla noia può diventare parte del lavoro svolto all’interno di un percorso di psicoterapia. La noia infatti può entrare nella stanza della terapia come lo fa nelle altre relazioni. Se il paziente immagina, ad esempio, che da solo non sta andando da nessuna parte, annoiandosi chiede in un certo senso l’aiuto del terapeuta per uscirne, come il bambino che chiede al genitore “e adesso cosa posso fare?”. In questo modo la relazione non è più costruita insieme ma diviene una relazione verticale in cui il terapeuta esperto fornisce risposte e soluzioni al cliente. Se questo meccanismo viene individuato, il paziente, da naufrago che vede nel terapeuta una zattera che lo porterà in salvo e lo farà uscire dalla noia, potrà avere la possibilità di iniziare a prendere in mano i remi assieme al terapeuta e cercare il modo più utile per navigare, passando così da un ruolo passivo ad un ruolo attivo di ricerca che non contempla la noia. Non lasciandosi più trasportare dalle onde ma prendendo il timone, il paziente esce dalla stagnazione attraverso un atto creativo che gli permetterà di scoprire le proprie passioni e approfondire i propri interessi.

Proprio come ci insegna Alice che dal torpore della noia se ne esce creando un Paese delle Meraviglie, la noia ha la capacità di aumentare le nostre facoltà immaginative, e allora perché non sfruttarla?

“Un prigioniero solitario è estremamente ricco d’inventiva, un ragno può essere per lui motivo di gran divertimento.” (Kierkegaard, 2015, pag.41).

Genitori e insegnanti hanno quotidianamente la possibilità di aiutare bambini e ragazzi a ri-scoprire lo straordinario potere della noia. Piuttosto che circondarli di stimoli preimpostati che sconfiggano la noia, sarà utile lasciare che siano i ragazzi stessi a trovare le proprie passioni.

Se ci viene sottratto il tempo di stare con i nostri momenti “morti”, diventeremo più difficilmente consapevoli di cosa ci fa sentire intimamente vivi, di cosa possiamo fare e di cosa ci piace fare. Forse gli adulti dovrebbero cominciare a pensare seriamente a rinunciare all’impulso di “dare tutto” ai bambini: un’offerta che ha tutta l’aria di una minacciosa sindrome di controllo, una pienezza che forse riguarda più il loro vuoto, che quello dei bambini, riempito a dismisura. Forse dovrebbero lasciarli più vuoti, questi spazi e questi tempi dei bambini, soprattutto della propria presenza (Zoboli, 2018).

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Kierkegaard S. A. (2015). L’arte di sconfiggere la noia, Traduzione di Laura Liva, Il Nuovo Melangolo editore, Genova.
  • Moravia A. (1960). La Noia, Bompiani Editore, Milano.
  • Svendsen L. F. H. (2004). Filosofia della Noia, Guanda Editore, Milano.
  • Zoboli G. (2018). I Bambini e la Noia, Editoriale Doppiozero  https://www.doppiozero.com/i-bambini-e-la-noia .